Sembrava una slow fiction: i ritmi apparivano quasi al rallentatore e non invogliavano gli spettatori a seguire le vicende. Stiamo parlando della miniserie Il giudice meschino, di cui è andata in onda la prima puntata su Rai 1, lunedì 3 marzo.
La sesta e ultima puntata di Braccialetti rossi, come era prevedibile, ha raccolto 7. 231.000 spettatori con il 25,94% di share. Il più alto risultato d’audience della serie andata in onda su Rai1 la domenica sera.
Prima puntata del nuovo programma di Enrico Brignano: le aspettative si sono infrante contro uno schema poco televisivo, nonostante alcuni segmenti spettacolari con grandi ospiti.
Per il giornalista che segue il festival di Sanremo, la sala stampa è una sorta di luogo “cult”. Ognuno ha il proprio posto assegnato dal solerte Ufficio Stampa Rai che resta di sua “proprietà” per tutta la durata della manifestazione. La sala stampa è il luogo dove si svolgono le conferenze dell’organizzazione e degli artisti, dove ci si ritrova tra “colleghi” ogni anno secondo un rituale che si ripete sempre uguale. Ma oltre questa valenza, la sala stampa non offre altri spunti. Se si va alla ricerca di “scoop” di notizie esclusive, bisogna uscire dal tempio giornalistico e andare dove, invece, c’è il cuore pulsante del Festival: tra i protagonisti, tra la gente, ma soprattutto bisogna avere un punto di riferimento sanremese, una gola profonda, una talpa che possa sussurrare quello che al alta voce non si può dire.
Il maestro Alberto Manzi è un personaggio che il pubblico meno giovane ha amato molto nel periodo in cui moltissimi italiani non sapevano leggere e scrivere. Ricordarne la figura nell’anno della celebrazione del sessantesimo compleanno della tv, è apparsa un’operazione condividibile. Ma fino ad un certo punto.
La grande bellezza ammantata di malinconia, di dejà vu, di sterili e inutili ripetizioni. La grande bellezza di Paolo Sorrentino che qualcuno, troppo maldestramente, ha cercato di evocare su un palcoscenico dove non si è visto niente di nuovo. Un palcoscenico contaminato e offeso da una serialità brutta e da un linguaggio spesso irrispettoso. La professionalità degli anni baudiani, il grembiule casalingo di Antonella Clerici, gli atteggiamenti adolescenziali del quasi settantenne Gianni Morandi, l’affabulazione di stampo bonolisiano, tutto si è infranto dinanzi alla soporifera e irritante riproposizione di vecchi schemi all’insegna di una volgarità spesso gratuita.
Sanremo è il perfetto trionfo del nazional popolare è il tempio al quale, ogni anno, si va in pellegrinaggio per cercare le origini e le radici di oltre 60 anni di musica italiana. Sanremo è il trionfo del kitch che si ama ma si disprezza in pubblico. E’ il trionfo dei vizi privati (canzoni magari brutte e raffazzonate all’ultimo minuto) e delle pubbliche virtù ( spesso inesistenti). Sul palcoscenico del teatro Ariston sono passate generazioni di artisti che hanno commosso, divertito, appassionato, deluso, suscitato curiosità. Sanremo è la “divinità” che ogni anno pretende una sua venerazione. E’ l’ultima spiaggia dove approdano le polemiche per poi morire lentamente man mano che trascorrono i giorni e la kermesse viene archiviata, in attesa di tornare l’anno successivo.
Conclusa anche la quinta serata della 64esima edizione del festival di Sanremo. Il bilancio è in linea con le puntate precedenti: formula stantia, fin troppo usata, abusata, usurata. La kermesse dalle grandi aspettative chiude i battenti in un’atmosfera di delusione e con ascolti al di sotto delle previsioni per la rete leader di viale Mazzini.
Archiviata anche la quarta serata della 64esima edizione del Festival di Sanremo. Il titolo dato alla puntata “Sanremo Club” faceva sperare in un rendez vous con più ritmo.
Ha un nome il salvatore delle terza serata del festival di Sanremo: Renzo Arbore. Il segmento spettacolare del quale il grande show man è stato protagonista ha risvegliato immediatamente gli animi sopiti e sonnacchiosi dei telespettatori. Una sferzata di energia, una iniezione di vitalità in una kermesse che si spegneva lentamente e diventava sempre più insopportabile.
Nonostante gli “aggiustamenti”, il più veloce susseguirsi dei cantanti in gara, l’alternanza programmata degli ospiti, la seconda serata dell’attuale edizione del Festival di Sanremo non ha convinto. Vi si respirava un’atmosfera di dejà vu, quasi di vecchio e di stantio che non è stata riscattata dai guizzi, leggermente meno volgari di Luciana Littizzetto.